La Riforma dell’ignoranza

Il nuovo anno scolastico si è aperto all’insegna di manifestazioni e proteste per il disegno di legge proposto dal Ministro dell’Istruzione MariaStella Gelmini.
Alla Camera la Riforma ha fatto un ulteriore passo avanti verso una approvazione non condivisa dalla stragrande maggioranza degli studenti, verso una approvazione che, tanto più in una fase governativa instabile, lascerà la scuola in condizioni precarie coinvolgendo ovviamente ogni suo componente, dal professore all’alunno. Per riassumere brevemente il ddl bisogna pensare allo scopo effettivo dello stesso: ridurre al minimo i fondi e le spese concesse alle scuole, tagliando tutto ciò che apparentemente è inutile ed in questo, ovviamente, la parte più colpita risulta essere l’Università pubblica che versa già in uno stato disastroso. La sua gestione non va, ed invece di mettere un po’ d’ordine all’interno del suo sistema si passa sopra a tutto e a tutti con provvedimenti netti che magari risolvono una parte del problema, creandone però altri migliaia. Il Disegno Di Legge sì può scandire quindi a partire dai vertici alti, le amministrazioni, per finire a quelli bassi, gli studenti. Per quanto riguarda la gestione universitaria, vengono posti nuovi limiti al Rettore: egli non potrà restare in carica per più di due mandati, il che significa che potrà restare in carica per un massimo di otto anni, o di sei anni nel caso in cui sia stato eletto con mandato unico non rinnovabile; la legge dispone inoltre che questi faccia parte del consiglio di amministrazione dell’Università, a cui dovrà proporre un candidato per l’incarico di direttore generale. Diventa anche più netta la separazione di competenze tra Senato Accademico e Consiglio d’Amministrazione. Quest’ultimo dovrà prevedere almeno tre membri esterni e si appresta a diventare l’organo preponderante di governo universitario. Il DDL assegna infatti al Senato Accademico la competenza a formulare proposte e pareri in materia di didattica e di ricerca e al CdA il compito di tenere sotto controllo la situazione finanziaria e, eventualmente, sopprimere i corsi: l’eliminazione di questi tuttavia non risponderà a criteri didattici ma solo a quelli finanziari, e i corsi ritenuti “improduttivi” saranno soppressi, mentre tenderanno ad aumentare quelli rispondenti a precise esigenze provenienti dall’esterno, tutto sulle tracce di un sistema così sempre più privatizzato; le università che non saranno in regola con i conti verranno commissariate e a chi dimostrerà di non essere in grado di gestire le risorse saranno tagliati parte dei fondi, che verranno distribuiti in base alla qualità della ricerca e della didattica.. Per quanto riguarda i Professori, invece, la situazione si complica ulteriormente. Dovranno andare in pensione prima, poiché il tetto massimo è abbassato da 72 a 70 anni per i professori ordinari e a 68 anni per quelli associati. Cambierebbero anche i meccanismi di accesso alla docenza accademica: prima di ottenere un incarico d’insegnamento sarà necessario ottenere un’abilitazione scientifica nazionale, di durata quadriennale e attribuita ad hoc da una commissione e il reclutamento non passerebbe più quindi attraverso i concorsi locali, ma sarebbe determinato dalla valutazione espressa dalla commissione stessa. Su questo stesso, tragico piano, si pongono poi i ricercatori, assunti solo con contratti a tempo determinato (4-5 anni), seguiti da contratti triennali. Al termine di questi contratti dovranno superare un esame di idoneità per avere la conferma a tempo indeterminato come professori associati ma nel caso in cui non dovessero ottenerla il loro rapporto con l’ateneo sarebbe chiuso per sempre. A terminare l’intero Disegno Di Legge tuttavia c’è un’ultima perla, che riguarda gli studenti, beneficiari di un fondo «finalizzato a promuovere l’eccellenza e il merito fra gli studenti individuati, per gli iscritti al primo anno, mediante prove nazionali standard e per gli iscritti agli anni successivi, mediante criteri nazionali standard di valutazione».
La Riforma darebbe il colpo di grazia al già traballante sistema universitario, dove gli effetti di questi punti si mostrerebbero in maniera diretta portando ad un’Università pubblica più piccola, ad una ridotta offerta formativa (in un contesto in cui dovrebbe crescere) e ad una scarsa capacità di innovazione mentre, indirettamente, aumenterebbero il numero delle iscrizioni alle Università private ed favorirebbero l’uso della raccomandazione come mezzo di carriera nel reparto amministrativo e in quello dell’insegnamento.
L’ombra della precarietà per giovani di oggi e di domani quindi aleggia attorno a questo Disegno Di Legge senza dubbio di stampo meritocratico e privato, mirato a sostenere solamente un’elite e minando al diritto allo studio di ogni individuo.

Giulia

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